L’anima dei borghi e la sapienza delle mani: Michele De Lucchi si racconta.

Presso lo studio AMDL Circle di Milano, Maurizio Cesprini della Fondazione Canova ha incontrato l’architetto Michele De Lucchi per una riflessione profonda sul destino del patrimonio storico e sul futuro dell’abitare. Il dialogo si apre sulla fragilità e la bellezza dei borghi italiani, descritti da De Lucchi come luoghi dal fascino indiscutibile, ma privati ormai di quella società autosufficiente e frugale che li aveva generati. Sebbene la vita contemporanea richieda una complessità di servizi che la piccola comunità fatica a offrire, il borgo rimane un modello di coesione sociale superiore, contrapposto all’alienazione e alla conflittualità che spesso caratterizzano i condomini delle grandi città.

Centrale nell’intervista è il rapporto tra l’uomo e la materia. De Lucchi evidenzia la tensione tra l’ambiente industrializzato — perfetto, durevole, ma standardizzato — e quello artigianale, dove l’imperfezione diventa un valore poiché testimonia la “sospensione mentale” e la mano di chi ha creato l’oggetto. Non si tratta di una scelta esclusiva: l’industria e l’artigianato devono coesistere, così come la mente razionale e quella emotiva. In questo contesto, l’educazione delle nuove generazioni è cruciale: per gli studenti di architettura è fondamentale sporcarsi le mani nei cantieri di restauro, per comprendere la cura del dettaglio e la dimensione umana del costruire che si cela dietro ogni pietra posata secoli fa.

L’architetto offre poi uno sguardo comparativo con il Giappone, dove la tutela non si concentra sulla conservazione della materia originale dell’edificio, come avviene in Italia, ma sulla salvaguardia delle competenze dei maestri artigiani — i “beni culturali viventi” — capaci di ricostruire l’opera identica all’originale.

Nonostante le sfide poste dalla burocrazia e dalle normative di sicurezza, necessarie in un mondo sovraffollato, De Lucchi guarda al futuro con ottimismo. “Un architetto pessimista non lo vuole nessuno”, afferma, sottolineando come l’Italia, forte del suo paesaggio e della sua qualità della vita, possa ancora essere un faro di “benevolenza” e bellezza nel mondo.